IL
FRUTTO DELLO SPIRITO[1]
Chris Graulich
Nel rinnovamento carismatico abbiamo
riscoperto il battesimo nello Spirito, che ci introduce alla vita nello
Spirito. Ma questa non è una conseguenza automatica del primo, e non la
possiamo presumere né dare per scontata. La
Vita nello Spirito, infatti, deve produrre
il Frutto dello Spirito, che trasforma il nostro carattere e la vita di
relazione. Ci porta alla vittoria sulle debolezze e alla libertà cui Cristo ci
ha chiamato. È questo il criterio biblico per stabilire se davvero viviamo
nello Spirito.
Una vita trasformata nell'immagine di
Cristo.
Quando
apriamo la vita all'opera dello Spirito Santo, in noi viene liberata una grande
potenza. Spesso pensiamo a questa potenza in termini di doni spirituali.
Vediamo la potenza di Dio manifestarsi nella guarigione, nel discernimento
della profezia, e la vogliamo anche noi. È un bene desiderare che la potenza di
Dio sia liberata in questo modo, ma se ci concentriamo sui doni spirituali
trascuriamo un'altra opera dello Spirito, pure importantissima.
Paolo
espresse bene il problema nella prima lettera alla giovane Chiesa di Corinto. I
Corinzi, osservò Paolo, non mancavano di nessun dono spirituale (1 Cor 1, 7).
In realtà, leggendo la lettera di Paolo risulta chiaro che le difficoltà dei
Corinzi non avevano niente a che fare con la scarsità dei doni. Qualcosa invece
non andava nell'uso di quei doni. Ad un certo punto Paolo arrivò a dire che i
Corinzi, con tutta la loro abbondanza di doni spirituali, non erano ancora
spirituali (1 Cor 3, 1-3). Mancava loro qualcosa di cruciale: il carattere di
Gesù, con l'amore e l'ordine che da esso derivano.
Gesù
stesso indicò questo punto con parole che nessuno può permettersi di
dimenticare: "Molti mi diranno in quel giorno, Signore, Signore, non
abbiamo noi profetato nel Tuo nome e cacciato demoni nel Tuo nome e compiuto
molti miracoli nel Tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti;
allontanatevi da Me voi, operatori di iniquità" (Mt 7, 22-23). Per
quanto importanti possano essere i doni spirituali, agli occhi di Dio c'è
qualcosa di ancora più importante: che noi ci rivestiamo del carattere del
nostro Signore Gesù Cristo.
Uno dei
modi più utili per capire fino a che punto siamo conformi al carattere di Gesù
è considerare ciò che Paolo descrive come frutto dello Spirito: "Amore,
gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà; mitezza, dominio di sé"
(Gal 5, 22-23). Leggendo l'elenco di questi tratti del carattere, leggiamo la
descrizione del carattere di Gesù. Questo è Gesù e questo, dice Paolo, dobbiamo
diventare anche noi. Consideriamo ora ciascuno dei tratti menzionati da Paolo:
L'amore: Nel Nuovo Testamento vi sono diverse parole greche tradotte con
"amore."
q
Eros, che è l'amore romantico e sessuale;
q
philadelphia, l'amore fraterno; e molte altre.
q
Ma in questo passo la parola
greca usata per amore è agape.
Agape è il tipo d'amore che ha Dio
verso di noi, l'amore dimostratoci da Gesù: quella donazione totale di noi
stessi con la quale amiamo persino i nemici. É un amore non originato da
interessi egoistici. L'agape è centrato completamente nel Signore e nei fratelli e
si traduce in un servizio disinteressato.
La gioia: La
gioia non è solo la risposta emotiva a qualcosa di buono che ci accade. La vera
gioia è fondata sulla consapevolezza che Dio ci ama, che ci ha salvati, che è con
noi, che Gli apparteniamo e che saremo con Lui per sempre. Dato che queste
verità non cambieranno mai, anche la nostra gioia potrà restare immutata. Non è
necessario che vada e venga, a seconda delle circostanze.
La pace: Questa non
si riferisce solo alla serenità o alla calma interiore, ma anche a quanto
potremmo chiamare "ordine." Paolo dice che: "Dio non è un Dio
di disordine, ma di pace" (1 Cor 14, 33), cioè un Dio di ordine.
Uno degli aspetti della pace è che la nostra relazione con Dio e con i
fratelli sia nel giusto ordine.
La pazienza: Quando
qualcuno tende ad arrabbiarsi per futili motivi, diciamo che ha un "brutto
carattere." La parola greca usata qui per "pazienza" significa
il contrario di tale espressione.
La
pazienza si riferisce alla capacità di credere a qualcosa senza perdere la
speranza, senza dire: "A che pro? Ci rinunzio." Non significa solo
rassegnarsi o trattenere la lingua quando siamo arrabbiati. Significa saper
attendere i tempi di Dio per qualcosa, anche se ci paiono lunghi, senza
scoraggiarci e restarne frustrati.
La benevolenza: Forse si evidenzia da sé. Significa semplicemente
vedere le necessità degli altri e rispondervi in maniera calda, amichevole.
La bontà: Tutti possiamo pensare a degli aggettivi che descrivono
una persona "buona": retta, onesta, nobile, pura. La parola greca per
bontà talvolta è tradotta con "generosità." Ma non significa soltanto
dare molti soldi in opere di carità. Dobbiamo anche essere generosi col nostro
tempo, l'energia, i doni che il Signore ci ha dati. L'essenza della bontà
consiste nel dare liberamente tutta la nostra vita.
La fedeltà: Si
potrebbe anche esprimere con "attendibilità" o "lealtà."
Significa che una volta che una persona ha preso un impegno, si può contare che
lo porti a termine. Il nostro comportamento non deve essere
determinato dalle "sensazioni", da ciò che ci capita di sentire
in un dato momento, ma dalle decisioni prese. Come pietre delle
fondamenta, si può fare affidamento su di noi, sempre.
La mitezza: É un termine soggetto a incomprensioni. Spesso pensiamo
che essere miti significhi essere docili e passivi, non fare né dire molto. In
realtà, mitezza significa forza sotto controllo. Considerate un
falegname che mette un chiodo: se usa la forza bruta piegherà il chiodo e
provocherà un danno al lavoro. D'altra parte, se appoggia il martello in cima
al chiodo e lo accarezza, non risolverà niente. La via giusta è colpire il
chiodo con fermezza, ma con precisione. Serve una forza controllata. Dobbiamo imparare
ad usare la forza che Dio ci dà, sotto il controllo dello Spirito Santo.
Il dominio di sé: La parola greca è stata definita: "avere forza
interiore; forte o potente; avere il potere su qualcosa." In questo
caso "dominio di sé" significa esercitare il potere, o la autorità,
sui desideri della carne, portandoli sotto il dominio di Gesù.
Un modo
per capire questi tratti del carattere di Gesù è confrontarli con quelle che
Paolo chiama opere della carne: "fornicazione, impurità,
libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordie, gelosie,
dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezza, orge e cose del genere"
(Gal 5, 10-21).
Spesso,
pensando alle opere della carne pensiamo ai peccati del corpo. Ma in
questo elenco possiamo vedere molti peccati, come il cattivo carattere, la
gelosia, eccetera, che non si riferiscono in modo specifico al corpo fisico.
Sono peccati riguardanti i sentimenti. In realtà si tratta di
disordini emotivi, anziché di disordini del corpo.
Ovviamente
con "carne" la Scrittura non intende solo il corpo. Alcune versioni
moderne traducono il termine con "intemperanza." In altre parti del
Nuovo testamento questa parte della nostra natura è chiamata l' "uomo vecchio." "La carne" si
riferisce semplicemente al vecchio modo di fare, alla via seguita prima di
incontrare il Signore, che metteva il nostro "io", il nostro egoismo,
al centro dell'esistenza: "Come mi sento? Cosa penso? Cosa voglio?"
Quando agiamo sulla base dell'ego come unico punto di riferimento, possiamo aspettarci
che queste opere della carne affiorino.
Possiamo
vedere che ciò accade intorno a noi. Nella nostra società fare quello che
vogliamo è diventata addirittura una virtù, così come appartenere a noi stessi
ed essere indipendenti. Abbiamo rapporti con gli altri, persino coi
collaboratori e coi familiari, ma a distanza. Ne risulta che valutiamo le cose
sulla base di come ci sentiamo nei loro confronti.
q
Abbiamo abbandonato molti dei
vecchi criteri esteriori - l'insegnamento della Chiesa, le norme sociali, il
modo in cui siamo stati cresciuti
q
- a vantaggio dei criteri
soggettivi. Le emozioni sono diventate le padrone. Determinano il nostro modo di parlare, di pensare, di
investire il tempo e le energie. Ma in noi esse sono in ordine.
Quelle emozioni disordinate possono diventare dei
dittatori crudeli. Sono capricciose e imprevedibili. Quanto abbiamo dormito la
notte passata, cosa abbiamo mangiato stamani, se abbiamo mal di testa - cose di
questo tipo intaccano le nostre emozioni ed influenzano il comportamento. Ne
risulta che viviamo costantemente in uno stato di incertezza: senza sapere cosa
fare in questa o in quella situazione, pensando a cosa diranno di noi questa o
quella persona, senza capire perché le cose vanno come vanno, senza essere mai
in pace.
Questi
sono tutti sintomi delle vecchie vie centrate sull'io, dalle quali Dio vuole
liberarci. Egli vuole aiutarci a mettere a morte l'uomo vecchio e a rivestirci
del carattere di Gesù; vuole aiutarci a smetterla con le opere della carne e a
coltivare i frutti dello Spirito Santo.
Paolo
non dice che le emozioni sono cattive di per sé: sono parte della natura con
cui Dio ci ha creati. Tuttavia possono uscire dall'ordine ed assumere un ruolo
inappropriato nella nostra vita. Ciò che Dio vuole operare in noi attraverso la
potenza dello Spirito Santo è riordinare questo aspetto della nostra vita, per
renderlo come era in Gesù.
Come possiamo coltivare il frutto dello Spirito nella nostra vita?
Possiamo
cominciare con tre passi pratici:
1. Il primo consiste nel riconoscere che il nostro scopo non è
ottenere tratti individuali del carattere, ma assumere l'intera personalità di
Gesù.
Pensavo ai frutti dello Spirito come se arrivassero in
scatole separate con tanto di etichetta: "amore," "gioia,"
"pace," e così via, immaginandomi a cercare di afferrare ogni
scatola. Potevo prendere la gioia con una mano e la pace con l'altra, e reggere
la bontà e il controllo di sé sotto le braccia; ma poi non avevo più posto.
Magari potevo mettere la pazienza in equilibrio su un piede, ma poi dove avrei
messo l'amore, la fedeltà e la mitezza? Ovviamente, tutto ciò non mi avrebbe
portato lontano. Poi ho notato che la Scrittura dice che "il frutto dello Spirito è ..."
e non "i frutti dello Spirito sono..."; non si supponeva che io cercassi tratti
individuali del carattere, ma l'intero carattere di Gesú.
2. La seconda cosa da fare è permettere a Gesù di essere il
Signore.
Possiamo invitarlo ad entrare in un numero sempre
maggiore di zone della nostra vita che in precedenza erano riservate a noi
stessi. Ho imparato questo aspetto da un lavoro che svolgevo: era ripetitivo, e
così avevo la possibilità di pensare ad altro. Passavo il tempo a pensare alla
gente che conoscevo e a ciò che progettavo di fare. Arrivai al punto di
immaginare le conversazioni con la gente e a progettare cose che sapevo non
sarebbero mai accadute. Stavo fantasticando.
Un
giorno mi balenò l'idea che il Signore poteva aver da ridire su come passavo il
tempo a lavorare. Mi mostrò come disciplinare i miei pensieri e usare meglio il
tempo nell'amarLo e servirLo. Dio ha saggezza e potenza per ogni aspetto della
vita: dobbiamo solo aprirci e ricevere quella saggezza e potenza, lasciandoci
trasformare.
3. La terza cosa da fare è collaborare con lo Spirito Santo che
cerca di agire in noi.
Vivendo nella verità, cerchiamo la Parola di Dio e
applicandola consapevolmente alla nostra vita, collaboriamo nel mettere a morte
l'uomo vecchio e nell'assumere il carattere di Gesù: "Tutto quello che
è vero, nobile e giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita
lode, tutto ciò sia oggetto dei vostri pensieri" Se lo faremo, dice
Paolo: "Il Dio della pace sarà con voi" (Fil 4, 8-9).
Mediante
la potenza dello Spirito Santo che opera in noi, Dio può renderci capaci di
lasciare indietro la vita "centrata sull'ego." Smetteremo di valutare le cose secondo criteri
soggettivi e inizieremo a valutarle secondo la Parola di Dio. Smetteremo di
agire sulla base di come ci sentiamo per cominciare ad agire in obbedienza al
comando di Dio: "Amatevi gli uni gli altri." Smetteremo di
vedere solo le nostre necessità per orientarci verso quelle dei fratelli.
Possiamo sfuggire alle opere della carne e far sviluppare in noi il frutto
dello Spirito. In breve, possiamo somigliare sempre più a Gesù.
Non per
noi stessi, ovviamente. Gesù non si è fatto uomo per Se Stesso ma per essere
servo degli altri. Allo stesso modo, per essere fedeli al nostro servizio
dobbiamo essere come Gesù; così come per essere fermi nel nostro amore
reciproco; affinché le circostanze che cambiano non distruggano le nostre
relazioni; e le fazioni, le divisioni e i sentimenti feriti non dominino la
vita dei nostri gruppi di preghiera e comunità.
Gesù
dice: "Ecco, faccio ogni cosa nuova" (Ap 27 ,5). Vuole che
siamo una creazione nuova, che siamo come Lui: che abbiamo la Sua personalità,
i Suoi atteggiamenti, i Suoi pensieri, la Sua mente, le Sue vie profondamente
radicate nella nostra vita. E sta già operando nel fare tutto ciò per mezzo
dello Spirito Santo che ha riversato su di noi.
Il frutto dello Spirito è una vita trasformata ad
immagine di Cristo.