CAPITOLO
TERZO
CONOSCERE LA PAROLA DI DIO
Nell'accostarsi
alla Scrittura i cattolici non sono fondamentalisti. Si
rendono conto che la Bibbia è una raccolta di libri scritti nel corso di molte
centinaia d'anni, in tanti stili e forme letterarie diverse. Ci rendiamo conto
dell'importanza di capire la mentalità e la cultura semitica, così come la
lingua originale in cui sono state redatte le Scritture, e che tutto questo
lavoro richiede tempo, studio, e tutto l'aiuto delle scienze applicabili per
acquisire tale conoscenza. Siamo anche riconoscenti per l'opera di molti
studiosi impegnati che hanno intrapreso questi studi. La sola scienza,
tuttavia, non è in grado di portarci ad una comprensione adeguata della Parola
di Dio. Perché ciò avvenga, è necessaria l'azione stessa di Dio. Ma
perché Dio intervenga, è necessario osservare alcune condizioni morali e
spirituali.
Come
disse Walter Burghardt, editore degli Studi Teologici, nel discorso ad un
congresso
presso
la Scuola di Teologia dei Gesuiti a Berkeley, California:
Ciò che fermamente nego è che il mondo abbia un
disperato bisogno del tipo di teologi che molti di noi sono diventati. Per
fare teologia, non basta sapere qualcosa riguardo a Dio; Devo
conoscere Dio ... Dal mio variegato passato personale, vi sprono per
gli anni a venire a porvi una bruciante, umiliante domanda: Per tutto
quello che sai di Dio, lo conosci veramente? Puoi dire davvero,
come Ignazio di Loyola, di avere proprio incontrato Dio, il
Dio vivente e vero? Puoi dire di conoscere Dio Stesso, e non solo
parole umane che Lo descrivono? Se non lo puoi dire, forse non sarai un teologo
infelice, improduttivo, ... Ma... non sarai neppure il teologo di cui il nostro
mondo ha un disperato bisogno[1]
La
Scrittura e l'insegnamento della Chiesa dicono chiaramente che sono i fattori
spirituali e morali - e non la conoscenza tecnica - i principali criteri per
capire la Parola di Dio. Come disse lo stesso Gesù rivolgendosi agli studiosi
della scrittura dei suoi giorni:
Cercate nelle Scritture,
nelle quali pensate di avere la vita eterna;
ebbene, anch'esse mi rendono testimonianza.
Ma voi non volete venire a Me
per avere quella vita. (Gv
5, 39-40).
L'apprendimento
è utile, ma nel contesto dell'atteggiamento giusto davanti a Dio. Tra questi
elementi ne esamineremo nei dettagli alcuni dei più importanti, visto che oggi
molti cristiani li stanno rapidamente perdendo di vista.
Il timore
del Signore
L'atteggiamento
di profondo rispetto e riverenza davanti al Signore è il prerequisito per poter
veramente capire la Sua Parola. La consapevolezza che è proprio Dio a parlare
crea un appropriato "timore", che a sua volta ispira un rispetto
profondo verso Dio e la Sua Parola. "Il timore del Signore è l'inizio
della conoscenza" (Prv 1,7).
È
possibile conoscere molti fatti tecnici sulla Parola di Dio, e tuttavia non
conoscere affatto la Sua Parola. Gli studiosi possono sapere molte cose
sulla natura archeologica, linguistica e letteraria della Scrittura e tuttavia
mancare completamente di coglierne il significato e l'importanza,
perché mancano di apprezzare il vasto significato del fatto che la Scrittura è
davvero la Parola di Dio.
L'atteggiamento
di rispetto e di riverenza verso la Parola di Dio è stato proprio la
caratteristica dei grandi espositori ed interpreti della Scrittura nelle varie
epoche. Oggi tuttavia, esso è stato talvolta soppiantato
dall'arroganza 'scientifica'. Paragonate ad esempio, l'atteggiamento di S.
Agostino o di S. Giustino Martire con alcuni degli atteggiamenti incontrati nel
capitolo precedente. S. Agostino, uno dei più grandi interpreti
della Scrittura nella Chiesa primitiva, aveva un atteggiamento riverente nei
confronti delle difficoltà della sua opera:
Se restiamo perplessi davanti ad un'apparente
contraddizione nella Scrittura, non ci è permesso dire: "L'autore di
questo libro si è sbagliato"; può essere invece difettoso il manoscritto,
sbagliata la traduzione, oppure siete voi a non aver capito ... Ma in
conseguenza alla caratteristica particolarità dei sacri scritti, siamo tenuti a
ricevere come vera qualunque cosa il canone mostri sia stata scritta anche da
un solo profeta, apostolo o evangelista; altrimenti, se il disprezzo per
l'autorità morale dei libri canonici mettesse fine a quell'autorità, oppure la
coinvolgesse in una confusione disperata, non ne rimarrebbe una sola pagina a
guida della fallibilità umana.[2]
S.
Giustino Martire, un altro dei primi espositori della Scrittura, ha il
medesimo atteggiamento:
Sono pienamente convinto che nessuna Scrittura ne contraddice un'altra. Ammetterò piuttosto di non capire quanto vi è trasmesso, e cercherò di persuadere coloro che si immaginano che le Scritture siano contraddittorie, ad avere la stessa mia opinione.[3]
La
Scrittura dice che "il timore del Signore" funge da baluardo
contro il peccato. É la salvaguardia necessaria contro la profonda
tendenza degli esseri umani ad esaltare se stessi, la propria
conoscenza ed opinioni, al di sopra della Parola di Dio - il
peccato intellettuale che provoca la cecità spirituale agli esseri umani.
Elementi d'orgoglio e di autosufficienza sono strettamente intrecciati in certi
atteggiamenti oggi largamente diffusi nei confronti della Scrittura. Questi
vanno dissipati da un rinnovato timore del Signore, prerequisito indispensabile
alla vera conoscenza di Dio e alla saggezza autentica. Come ha detto il Cardinal
Newman:
Il timore di Dio è l'inizio della sapienza; finché non vedrete Dio come un fuoco che consuma, e non vi accostate a Lui con riverenza e sacro timore perché siete peccatori, non potrete neppure dire di aver anche solo intravisto la porta stretta ... Timore e amore devono procedere insieme; continuate a temere, continuate ad amare fino all'ultimo giorno della vostra vita.[4]
Il ruolo
dello Spirito Santo
Dalla
Scrittura risulta chiaro che lo Spirito Santo, in unione col Padre e col
Figlio, conosce e rivela le cose di Dio. Le Scritture sono state scritte
sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, e per essere comprese in maniera
adeguata devono esser lette sotto la stessa ispirazione. Ma per capire
in maniera soddisfacente la Parola di Dio è necessaria la precondizione di
un'unione intensa con Dio - una genuina vita nello Spirito. La carne ed il
sangue da soli, che si muovono unicamente sulla base dell'ingegno e delle
risorse personali, non potranno mai capire, né afferrare, il significato
profondo della Parola di Dio. Solo l'opera dello Spirito Santo può portare la
vera comprensione.
Lo
stesso Gesù si è riferito direttamente alla sorgente spirituale della
rivelazione divina. Quando Pietro fece la sua professione di fede in Lui, Gesù
rispose: "Nessun uomo ti ha rivelato questo, ma il Padre Mio che è nei cieli."
(Mt 16,17). Prima di tornare al Padre, Gesù disse che avrebbe continuato ad
essere con i Suoi discepoli per mezzo dello Spirito Santo. Questa
operazione dello Spirito Santo nella loro vita sarebbe stato il mezzo
principale in cui avrebbero potuto continuare a capire la Sua Parola. Ed è la
stessa cosa per noi.
Il
Consolatore, lo Spirito Santo
che
il Padre manderà nel Mio nome,
vi
istruirà in ogni cosa
e vi
ricorderà tutto ciò che vi ho detto. (Gv 14,26)
Quando
però verrà lo Spirito di verità,
Egli
vi guiderà a tutta la verità.
Egli
non parlerà da Sé, ma dirà solo ciò che ascolta,
e
vi annunzierà le cose che verranno. (Gv 16,13)
Questo
è stato anche il chiaro insegnamento degli apostoli:
Nessuno conosce i segreti di Dio se non lo
Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo
Spirito di Dio, che ci aiuta a riconoscere i doni che ci ha dati. Di questi
parliamo, ma non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma con
parole insegnate dallo Spirito, interpretando così le cose spirituali in
termini spirituali. L'uomo naturale non accetta ciò che è insegnato
dallo Spirito di Dio. Gli sembrano assurdità. Non può arrivare a conoscere
quel tipo di insegnamento, perché esso va valutato solo in modo spirituale. (1
Cor 2, 11b-14).
L'insegnamento
non potrebbe essere più chiaro: non è possibile comprendere le cose di Dio
senza l'aiuto dello Spirito Santo e senza la prospettiva "dell'uomo
spirituale" che per mezzo di tale Spirito vive.
La
conoscenza e la sapienza del mondo non solo sono incapaci di percepire e capire
in maniera autentica Dio e la Sua Parola, ma la Scrittura riconosce
addirittura una certa opposizione tra le filosofie umane prevalenti e la verità
e la saggezza di Dio.
Il messaggio della croce è completa assurdità per
coloro che vanno verso la rovina, ma per noi che sperimentiamo la salvezza è
potenza di Dio. Sta scritto infatti:
"Distruggerò la sapienza dei sapienti e
annullerò l'intelligenza degli intelligenti".
Dov'è l'uomo sapiente? Dove il dotto? Dov'è mai
il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio cambiato
in stoltezza la sapienza di questo mondo? Poiché, secondo la sapienza di Dio,
il mondo non è arrivato a conoscerlo mediante la "sapienza", è piaciuto
a Dio di salvare coloro che credono mediante l'assurdità della predicazione del
vangelo. (1 Cor 1, 18-22)
Badate che nessuno vi inganni con qualche
filosofia vuota e seducente che segue tradizioni solo umane, una filosofia
basata su potenze cosmiche anziché su Cristo. (Col 2,8)
Ed
ecco come si esprime Giovanni Paolo II in proposito:
La "Parola di Dio" è sempre efficace,
perché in primo luogo mette in crisi la ragione umana: le filosofie
temporali e semplicemente razionali, le interpretazioni storiche e puramente
umanistiche, vengono gettate nella confusione dalla "Parola di Dio",
che risponde con suprema certezza e chiarezza alle domande rivolte al cuore
dell'uomo, lo illumina sul suo vero destino, che è soprannaturale ed eterno e
gli indica la condotta morale da praticare quale via autentica della serenità e
della speranza.
La Parola di Dio è certamente inquietante, perché il Signore dice: "I Miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le Mie vie sono le vostre vie" (Is 55,8); provoca una crisi, perché è esigente, tagliente come spada a due tagli e non si basa su discorsi persuasivi di saggezza umana, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza. (cf. 1 Cor 2, 4-5).[5]
La
nostra epoca è caratterizzata in particolare dal tipo di mentalità scientifica
e filosofica che può bloccare la vera comprensione di Dio e della Sua Parola.
Giovanni Paolo II parla in modo penetrante della follia del "saggio":
Non il "saggio" e
"l'intelligente": essi si sono formati una loro immagine di Dio
e del mondo, e non sono disposti a cambiarla. Pensano di conoscere
tutto su Dio, di possedere la soluzione, di non aver niente da imparare: per
questo motivo rifiutano la "buona novella", che pare tanto strana e
in conflitto con i loro principi di "Weltanschauung" [concezione del
mondo]. É un messaggio che propone cambiamenti paradossali che il loro
"buon senso" non riesce ad accettare.[6]
Il
papa applica questo alla fede in verità cristiane di base come la risurrezione:
Una cosa è chiara, fratelli amatissimi: la
fede nel Cristo Risorto non è il risultato di una conoscenza tecnica, né il
frutto di requisiti scientifici (cf. 1 Cor 1,26). Quello che ci viene
richiesto è annunziare la morte di Gesù e proclamare la sua risurrezione (cf.
Liturgia). Gesù è vivente. "Dio Lo ha risuscitato, sciogliendolo dai lacci
della morte (Atti 2,24) [7]
"Un vero impegno teologico," afferma il papa, "non può né
iniziare né concludersi se non stando in ginocchio, almeno nel segreto della
propria cella interiore, dove è possibile adorare il Padre in spirito e verità
(cf. Gv 4,23) [8]
L'umiltà
L'umiltà
- il riconoscimento dei nostri limiti, della nostra finitezza, del nostro
stato di creature, della nostra completa dipendenza da Dio - è
indispensabile per raggiungere la verità cristiana. "Dio resiste
all'orgoglioso, ma dà la Sua grazia agli umili" (Gc 4,6).
L'orgoglio
spirituale, "l'autosufficienza" intellettuale e
"l'autonomia", producono una cecità
spirituale mortale. Dio Si rivela all'umile, non all'orgoglioso; e
l'orgoglio che produce cecità spirituale spesso include l'orgoglio
intellettuale.
In quello stesso istante Gesù esultò nello
Spirito Santo e disse: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della
terra, perché ciò che hai nascosto ai dotti e agli intelligenti lo hai rivelato
ai piccoli.
"Sì, Padre, perché così a Te è piaciuto.
Ogni cosa Mi è stata affidata dal Padre Mio e nessuno conosce il Figlio se non
il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e ognuno al quale il
Figlio lo voglia rivelare" (Lc 10, 21-22).
Giovanni
Paolo II così commenta questo brano:
... nelle parole solenni si avverte quasi un
tremito di esultanza. Gesù vede molto più avanti; Egli vede, nel corso dei
secoli, la schiera innumerevole di uomini di ogni età e provenienti da ogni
sentiero della vita, che aderiranno con gioia al Suo messaggio ... Essi hanno
in comune una caratteristica: sono piccoli, cioè semplici, umili... Cristo
non chiede all'uomo di rinunciare alla propria ragione. E come potrebbe
mai, se è stato proprio Lui a dargliela! Ciò che gli chiede è di non cedere
alle vecchie sollecitazioni del carattere che continuano a congiurare
mettendogli davanti la prospettiva ingannevole di poter "essere come
Dio" (cf. Gn 3,5). Solo chi accetta i propri limiti intellettuali e
morali e riconosce di aver bisogno di salvezza, potrà aprirsi alla fede e,
nella fede, incontrare Cristo, il suo Redentore. [9]
Talvolta
capita che oggi, nella Chiesa, i "sapienti e gli intelligenti"
distruggano la fede vera, genuina, rivelata da Dio, la fede dei
semplici "fanciulli". Alcuni di questi "fanciulli"
sono tali alla lettera, e proprio la loro fede è stata insidiata o bloccata
da programmi insufficienti di catechismo. Molti sono cattolici comuni, la
cui fede è stata sovvertita da consigli confessionali distorti o pervertiti, o
da programmi inadeguati di istruzione religiosa per adulti che spesso li hanno
lasciati nell'amarezza, cinici, a vivere una vita di ribellione e di peccato.
Alcuni sono cattolici del Terzo Mondo, la cui "consapevolizzazione"
sta sistematicamente scambiando la loro fede genuina in Cristo per una pietosa
speranza in una rivoluzione secolare.
A
meno che noi, talvolta considerati i "sapienti e gli intelligenti"
non coltiviamo l'umiltà, quasi certamente soccomberemo all'errore intellettuale
e alla decadenza morale. La Scrittura dice chiaramente che l'orgoglioso,
che confida nella propria capacità ed esperienza, è predisposto ad esser
ingannato dallo "spirito del tempo"; non riuscirà a distinguere
ciò che viene da Dio da ciò che da Lui non viene. La condizione morale e
spirituale di una persona è ciò che in primo luogo determina quale verità ella
riuscirà a comprendere e ad afferrare. Gli atteggiamenti sbagliati del
cuore alla fine porteranno a credere a cose sbagliate, e spesso ad un
cattivo comportamento. La purezza del cuore, l'amore, la riverenza, l'umiltà -
sono tutti prerequisiti per conoscere Dio e la Sua Parola.
Giovanni
Paolo II, in un passo particolarmente incisivo di un discorso alle facoltà
riunite e ai corpi di studenti dei collegi e delle università Pontificie
Romane, ha così sottolineato il bisogno di umiltà:
Tanto è debole la nostra intelligenza, limitata la nostra esperienza e tanto breve è la nostra vita, che quanto possiamo riuscire a dire di Dio assomiglia di più al balbettio di un bambino che a un discorso dignitoso, esauriente e conclusivo... É questa la convinzione personale con cui il teologo deve affrontare la sua opera: deve sempre ricordare che, qualunque cosa riesca a dire di Dio, si tratta sempre delle parole di un uomo, e quindi di un minuscolo essere finito che si è avventurato nell'esplorazione del mistero insondabile del Dio infinito. [10]
Nel
suo discorso il papa ricordò un episodio di S. Tommaso d'Aquino. Si
dice che verso la fine della vita il grande teologo abbia avuto una
schiacciante esperienza mistica. Poco tempo dopo, il suo segretario lo esortò a
continuare la stesura della Summa Teologica. Si dice che S. Tommaso
abbia declinato la sollecitazione dell'amico, ricordandogli la propria
esperienza mistica. "Fratello," gli disse, "non posso
continuare. Tutto quello che ho scritto mi sembra paglia."
Obbedienza
e fede
L'obbedienza
e la fede vanno di pari passo con l'umiltà. Infatti, Gesù dice che la
disponibilità a obbedire alla Parola di Dio è una condizione per poterla
riconoscere e comprendere:
La Mia dottrina non è Mia,
ma
di Colui che Mi ha mandato.
Chi
sceglie di fare la Sua volontà
conoscerà
se questa dottrina viene da Dio
o
se Io parlo semplicemente di Mia iniziativa. (Gv 7, 16-17)
Forse
è questo il significato di "uomini di buona volontà" : uomini
disposti a ricercare Dio e la Sua verità e poi a obbedirle. Accettare e
mettere in pratica la Parola di Cristo sulla sola base della sua autorità
dispiega il significato della Parola: "Se vivrete secondo il Mio
insegnamento, siete davvero Miei discepoli; allora conoscerete la verità e la
verità vi farà liberi" (Gv 8, 31-32).
Per
contrasto, l'atteggiamento oggi sin troppo comune nella Chiesa è
esattamente l'opposto: "Non capisco, perciò non obbedisco."
Troppi cristiani hanno un simile atteggiamento anche nei confronti
dell'insegnamento autoritario, chiaramente espresso e comunicato con solennità;
e la conseguenza di un tale rifiuto a obbedire è una cecità spirituale persino
maggiore.
La
comprensione della Parola di Dio dipende dalla fede. Credere e confidare
nella Parola di Dio, anche quando non la comprendiamo pienamente, è la chiave
per poterla capire e sperimentare in futuro. Questa, infatti, è proprio una
caratteristica del modo in cui Dio agisce nei confronti dell'uomo. Nel corso
dell'intera storia Egli ha richiesto agli esseri umani di credere e di
obbedire alla Sua Parola per il semplice fatto che è la Sua Parola, e non
perché riescono completamente a capire il "ragionamento" che sta
dietro di essa.
Giovanni
Paolo II ha sottolineato quanto sia essenziale questo collegamento tra il
credere e il capire nella tradizione della Chiesa:
L'uomo, rileva S. Tommaso, mentre si trova in statu viae, può
arrivare ad una certa comprensione dei misteri soprannaturali grazie all'uso
della ragione, ma solo nella misura in cui quest'ultima si basa su di un
fondamento incrollabile di fede, che è partecipazione alla natura
stessa di Dio e di Colui che Lo vede faccia a faccia ... È questa l'opinione
dell'intera tradizione teologica ed in particolare è l'atteggiamento del grande
Agostino: "Nel credere, diventate capaci di capire; se non credete, non
riuscirete mai a capire... Che la fede, quindi, vi purifichi e vi possa così
esser concesso il privilegio di giungere la comprensione piena."
La conclusione raggiunta dal Vescovo di
Ippona doveva diventare un classico: "La capacità di capire è frutto
della fede. Non cercate quindi di capire per credere, ma credete al fine di
capire." Questo è un avvertimento sul quale, chiunque
"faccia della teologia", deve riflettere. [11]
L'atteggiamento
di chi dice: "Non capisco, perciò non credo," è
particolarmente evidente nella moralità sessuale, ma influenza ed
infetta l'intera gamma della verità cristiana, come vedremo nei capitoli
che seguono.
L'insegnamento
degli apostoli
Per
la loro speciale relazione con Gesù, e per l'aiuto particolare dello Spirito Santo
che Egli aveva loro promesso e poi dato, gli apostoli ebbero la capacità di
interpretare con autorità le intenzioni del loro Maestro e il significato
attendibile delle Sue parole ed azioni. Il ruolo degli apostoli è un elemento
essenziale nel piano di salvezza di Dio, nell'autentica proclamazione ed
interpretazione della Sua Parola e delle Sue azioni salvifiche, ed è stato così
sin dagli albori della Chiesa. Dopo la Pentecoste, i credenti di Gerusalemme
"erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella
vita comunitaria, nello spezzar del pane e nelle preghiere" (Atti
2,42).
Nelle
prime comunità cristiane gli apostoli calmavano le dispute riguardanti la
giusta interpretazione della Scrittura e degli insegnamenti di Gesù. Sotto
l'ispirazione dello Spirito Santo essi insegnarono il modo appropriato di
comprendere la morte e risurrezione di Gesù. Gli apostoli formarono la
vita delle comunità primitive e stabilirono le loro "tradizioni"
ed accostamenti pastorali affinché riflettessero in maniera adeguata il
pensiero del Signore.
Oggi
le Chiese cristiane hanno opinioni diverse sull'autorità di questa tradizione
apostolica e sulle pratiche delle chiese apostoliche nel guidare
l'interpretazione appropriata della Scrittura. I cristiani
dissentono anche su fino a che punto la Scrittura è stata interpretata
in maniera autentica dai Padri della Chiesa, dalle decisioni dei concili
generali e dalla formulazione dei credi. E tuttavia, resta ancora molto spazio
per trovarsi d'accordo. Molti protestanti sono concordi nel ritenere che la
tradizione cristiana autentica espressa nelle liturgie iniziali, il consenso
dei Padri e la formulazione dei credi e dei concili abbia un peso notevole
nell'interpretazione della Scrittura come difesa contro il soggettivismo
arbitrario.
I
cattolici attribuiscono un gran peso all'autorità della tradizione. Il
nostro modo di intendere la Parola di Dio non è guidato soltanto da una solida
conoscenza di prima mano della Scrittura e dalla direzione dello Spirito Santo,
ma anche dalla tradizione autentica della Chiesa, che riteniamo essere
espressione dell'amore fedele di Dio. (Tuttavia, persino per i cattolici la
Scrittura ha un posto unico in relazione alla tradizione e al
magistero. Solo la Scrittura è positivamente ispirata, e la funzione centrale
sia della tradizione sia del magistero è quella di assicurarne la giusta
interpretazione ed applicazione). Questa tradizione per i cattolici è espressa
negli scritti dei Padri, nella formulazione dei credi, nei documenti e decisioni
dei concili e infine nella fede vissuta dei cristiani nel corso dei secoli.
Oggi questa tradizione è espressa nella liturgia, e difesa ed interpretata
dall'autorità del magistero ufficiale della Chiesa, in armonia con la
Scrittura.
È
questo il motivo per cui il tentativo intrapreso per minare la Parola di Dio
nella Scrittura, nella Chiesa Cattolica è stato accompagnato dal tentativo
concertato di screditare, allo stesso tempo, anche la tradizione apostolica
della Chiesa. Gli elementi della tradizione - i Padri, i concili, i credi,
l'insieme degli insegnamenti dei vescovi, l'insegnamento dei papi, la
testimonianza della liturgia, le vite dei santi - tutti si uniscono per dare
una testimonianza straordinariamente conforme al modo giusto di capire la
Scrittura e quanto essa insegna. Non sorprende affatto che la stessa arroganza
e scetticismo manifestati di recente da molti nei confronti della Scrittura
siano stati sfoderati anche verso la tradizione.
É
certamente vero che gli studi storici possono gettare una luce utile su certi
aspetti della tradizione, proprio come l'analisi storica e letteraria ci può
aiutare a capire la Scrittura. Si possono distinguere diversi strati di
tradizione nella Chiesa, con valore e autorità diversi, e l'analisi
letteraria può chiarire l'esatto significato di certe dichiarazioni nella
tradizione. Questo metodo di analisi tuttavia, quando è usato male o in maniera
esagerata, può produrre gli stessi eccessi nello studio della tradizione
prodotti nello studio della Scrittura. Gli abusi seguono una direzione
conosciuta: l'approccio "critico", di per sé legittimo, diventa
troppo spesso un tentativo irresponsabile e sconsiderato di separare la
"vera" tradizione da quella "generale", o "determinata
culturalmente", usando come criterio di giudizio ciò che per l'uomo
moderno è più "significativo". Talvolta si rifiutano gli
aspetti sgradevoli della tradizione autentica, ed il critico moderno può finire
per accettare solo ciò che gli è congeniale. Questo metodo pone spesso lo
studioso moderno nella posizione di arrogarsi il diritto di giudicare la
tradizione; spoglia la tradizione del suo potere di proteggere la verità.
Ma
c'è qualcosa di ancor più fondamentalmente perverso nel fare con spirito
critico alcune analisi moderne della tradizione. I tentativi di
"purificare" la Scrittura o la tradizione, gli sforzi di
renderle più eloquenti e "significative", sono spesso tentativi
per togliere di mezzo l'Incarnazione con le sue conseguenze, ciò che S.
Paolo definì lo "scandalo" della verità
cristiana. La mente umana caduta, nel suo stato naturale non è
assolutamente in grado di tollerare l'intera nozione di Incarnazione. Di fronte alla verità che Gesù è pienamente Dio e
pienamente uomo, la mente caduta cerca di togliere di mezzo l'una o l'altra:
l'umanità o la divinità di Cristo, al fine di rendere la Sua
persona e la Sua missione più "significative" e
"gradevoli".
Sia
la Scrittura sia la Chiesa condividono entrambe il mistero incarnato di Gesù,
ed entrambe provocano la stessa reazione di scetticismo da parte delle menti
cadute che non riescono a tollerarla. La Scrittura è sia parola di uomini
sia Parola di Dio. Dobbiamo quindi accostarci e procedere nel suo
studio con la stessa riverenza ed umiltà con cui ci avviciniamo al mistero dello
stesso Gesù. Dovremmo essere realistici riguardo alla nostra tendenza a
ribellarci contro il mistero incarnato, separandolo dal resto per poterlo
rendere più accettabile alla mente umana.
Lo
stesso dicasi della Chiesa. Poiché la Chiesa per i cattolici è sia la
Chiesa dello Spirito Santo sia la Chiesa degli apostoli, è anch'essa partecipe
del mistero dell'Incarnazione. Ed ancora, la mente umana caduta si
sente violentemente costretta a cercare di distruggere la natura incarnata
della Chiesa facendo di lei un corpo esclusivamente spirituale, oppure un corpo
unicamente istituzionale. Ma i due sono profondamente legati ed uniti - in
maniera simile al mistero incarnato dello stesso Gesù Cristo e della Scrittura.
Dio
ha scelto di salvare il mondo attraverso la modalità dell'Incarnazione. La
natura incarnata di Gesù si riflette nella Scrittura e nella Chiesa - le vie da
Lui scelte per continuare a comunicare la Sua Incarnazione ad ogni nuova
generazione. - L'attacco ad una di queste diventa, nei risultati finali, un
attacco a tutte e tre.
Il rispetto
della tradizione
Ogni
cristiano che voglia comprendere la Parola di Dio deve accostarsi
alla Scrittura con umiltà, in atteggiamento di obbedienza e di fede, nel timore
del Signore che sta parlando, con rispetto per l'insegnamento degli
apostoli e contando in primo luogo sull'azione dello Spirito Santo affinché
gli riveli la verità. Nella Chiesa cattolica, tuttavia, atteggiamenti
simili dovrebbero caratterizzare anche il modo in cui il cattolico si avvicina
all'autorità dell'insegnamento (Magistero) della Chiesa quando insegna nei
campi della fede e della morale. I cattolici credono che la Parola di Dio
sia resa accessibile per mezzo della tradizione apostolica autentica,
delle affermazioni contenute nel credo, delle decisioni conciliari e
dell'insegnamento ufficiale della Chiesa nei campi della fede e della morale.
Per restare fedeli a queste credenze, essi dovrebbero accostarsi con rispetto e
umiltà al Magistero della Chiesa.
Questo
per i cattolici significa venire alle prese, in termini pratici, con la nostra
relazione alla legittima autorità di insegnamento della Chiesa. Ciò,
ovviamente, non significa che dovremmo accettare in maniera acritica
qualunque cosa i vescovi, o persino i papi, dicano. In passato, e ancor
oggi, ci sono stati vescovi che si sono allontanati dalla vera fede, diventando
schiavi di idee culturali che corrompono, di correnti filosofiche e teologiche
e di pressioni politiche degradanti. Esamineremo in seguito alcuni casi
dolorosi nella Chiesa odierna, dai quali risulta evidente che persino i vescovi
si sono lasciati travolgere dalla crisi di verità. È importante essere in grado
di affrontare realisticamente situazioni simili nell'interesse della verità e,
per i cattolici, nell'interesse di un cattolicesimo autentico.
Tuttavia,
per i cattolici l'impegno verso la verità cristiana significa anche impegno
nella sua espressione autentica, nella sua vera elaborazione e difesa nella
storia e tradizione cristiana, e nell'autorità del magistero della Chiesa
contemporanea nel campo della fede e della morale. Ciò significa accettare
l'insegnamento ufficiale del papa e di quei vescovi che insegnano in unione con
lui nei campi della fede e della morale, riconoscendoli come guide affidabili
della corretta comprensione della Parola di Dio.
Tale
insegnamento è infallibile, e va ricevuto con la sottomissione della fede,
quando viene dato dal papa ex cathedra o da un concilio ecumenico che lo
definisce solennemente. Ma anche quando non si tratta del papa o del
pronunciamento solenne di un concilio, i vescovi del mondo, quando convergono
in questioni di fede e di morale, possono proclamare in modo infallibile
l'insegnamento di Cristo. (Vedi Vaticano II, Costituzione sulla Chiesa, 15). I
cattolici devono ricevere con entusiasmo anche l'insegnamento consueto dei
vescovi, e in specie del papa, sugli argomenti di fede e di morale. Il Concilio
Vaticano Secondo ha così affermato tale responsabilità:
I vescovi che insegnano in comunione col Romano Pontefice devono essere rispettati da tutti quali testimoni della verità divina e cattolica. Nelle questioni di fede e di morale i vescovi parlano in nome di Cristo e i fedeli devono accettare il loro insegnamento e aderirvi con il religioso consenso dell'anima. Tale religiosa sottomissione della volontà e della mente, va manifestata in particolar modo nei confronti dell'autorità del magistero del Romano Pontefice, anche quando egli non parla ex cathedra. Essa va cioè manifestata in modo tale che il suo magistero supremo sia riconosciuto con riverenza, che si aderisca sinceramente ai giudizi da lui dati, secondo il suo pensiero e la sua volontà manifesta. Il suo pensiero e la sua volontà sull'argomento si possono in primo luogo conoscere dal carattere dei documenti, dalla frequente ripetizione della stessa dottrina o dal suo modo di parlare. [12]
Il
fatto che l'insegnamento del papa sia quasi sempre la semplice riaffermazione,
per il nostro tempo, della verità della Scrittura, oppure le applicazioni delle
implicazioni della verità contenuta nella Scrittura e sostenute dalla Chiesa
nel corso dei secoli, non ne sminuisce l'importanza per i cattolici, in specie
in questi tempi di incertezza e di confusione. Come dichiara la Costituzione
per la Rivelazione Divina, dal Concilio Vaticano II:
Il compito di interpretare in maniera
autentica la Parola di Dio, scritta o parlata che sia, è stato affidato
esclusivamente all'ufficio vitale di insegnamento della Chiesa, la cui autorità
viene esercitata nel nome di Gesù Cristo. Questo compito non è al di sopra
della Parola di Dio, ma ne è al servizio, insegnando unicamente ciò che è stato
trasmesso, ascoltandolo devotamente, preservandolo in modo scrupoloso e
spiegandolo fedelmente per incarico divino e con l'aiuto dello Spirito Santo;
essa trae da quest'unico deposito di fede tutto ciò che presenta, perché venga
creduto come proveniente da rivelazione divina.
É quindi chiaro che la sacra tradizione, la sacra Scrittura e l'autorità dell'insegnamento della Chiesa, in armonia col più sapiente disegno di Dio, sono talmente collegate ed unite insieme da non poter stare l'una senza le altre, e che tutte insieme, e ciascuna a modo proprio, sotto l'azione dello Spirito Santo contribuiscono in maniera efficace alla salvezza delle anime. [13]
Questo
è il problema in giuoco, negli attacchi all'infallibilità da parte di Hans Küng
e di altri teologi. Essi non si limitano a sfidale l'autorità del magistero del
papa e dei vescovi. Insidiano l'autorità dell'intero magistero della Chiesa e
le decisioni conciliari e dei credi che difendono e proteggono la verità della
Scrittura. Quando i vescovi tedeschi corressero Hans Küng, un oratore da parte
dei vescovi cattolici tedeschi spiegò questa connessione:
Il dogma dell'infallibilità della Chiesa può, a prima vista, sembrare marginale nella totalità della fede. In esso sono, in realtà, concentrati problemi fondamentali quali, ad esempio, la conoscenza della verità e l'interpretazione della rivelazione, la sua forma e tradizione verbale, la certezza della fede e le basi del potere dell'autorità nella Chiesa. In questo campo, che serve la vera conoscenza della rivelazione divina, l'apparizione di errori arreca danno alla stessa fede. [14]
L'invito
di Giovanni Paolo II a capire e ad impegnarsi nell'insegnamento autentico della
Chiesa nei campi della fede e della morale costituisce un tentativo per
salvaguardare il modo in cui lo Spirito Santo difende e spiega la fede,
preservandola dai capricci delle opinioni accademiche o soggettive
manifestatesi di epoca in epoca. L'umiltà, ha detto il papa, è il giusto
atteggiamento del teologo verso la Chiesa. É umile nei suoi confronti perché
"sa bene che proprio ad essa è stata affidata la 'Parola' affinché la
proclami al mondo, applicandola ad ogni epoca e rendendola così davvero
pertinente. Quale uomo di Chiesa, il teologo ama il passato della Chiesa,
medita sulla sua storia, venerandone ed esplorandone la Tradizione." L'atteggiamento degli studiosi della
Scrittura dovrebbe essere il medesimo: "Dio ha affidato la sacra Scrittura
alla Sua Chiesa, e non certo al giudizio privato di specialisti," ha detto
il papa. La fedeltà degli esegeti all'autorità del magistero della Chiesa è
questione di "fedeltà alla funzione spirituale affidatale da Cristo."
[15]
Oppure, come ha affermato il Cardinal Baum:
Il magistero della Chiesa non dipende interamente
dai risultati degli studiosi, al fine di conoscere con certezza cosa i cattolici
debbono credere e come debbano vivere. Questa certezza è un dono del Signore; è
una comunicazione della Sua autorità, la stessa autorità che ha rievocato
l'ammirazione del popolo confuso dai dibattiti tra esperti: "...le folle
restarono affascinate dal Suo (di Gesù) insegnamento: Egli infatti insegnava
loro con autorità e non come gli scribi" (cf. Mt 7, 28-29). [16]
La
responsabilità di insegnare la verità cristiana
La
Scrittura afferma che coloro che insegnano la verità cristiana hanno su
di sé una responsabilità particolarmente grave e saranno ritenuti responsabili
della loro opera: "Fratelli, non molti di voi dovrebbero
diventare maestri; dovreste capire che coloro che tra noi lo fanno saranno
chiamati ad una resa più severa dei conti." I maestri della verità
cristiana devono anche ricordare le solenni parole di Gesù: "Sarebbe
meglio che chiunque porta a traviarsi uno di questi credenti semplici fosse
gettato in mare con una macina con legata al collo" (Mc 9,42).
Alla
luce di questi avvertimenti potremmo giustamente chiederci quanta parte
dell'insegnamento nelle classi di religione, nei programmi di
istruzione per adulti, in quelli di catechesi nelle scuole ed università
cattoliche, nei seminari e nei corsi estivi di "aggiornamento"
teologico, abbia corrisposto ai criteri stabiliti dalla Scrittura per
conoscere la verità cristiana. Quanto di tutto ciò è stata una fedele
trasmissione della verità cristiana e quanto invece è stata solo
un'opinione personale, teorie speculative oppure saggezza del "mondo"
mascherata da Parola di Dio? Quante volte quest'insegnamento è stato
radicato nell'amarezza, nell'orgoglio, nel risentimento, nella ribellione, e
nel piacere di distruggere la "fede semplice?"
La Scrittura ci addestra ad esaminare il carattere delle
persone che insegnano la verità cristiana. Il loro comportamento
infatti dovrebbe essere caratterizzato dalla lealtà e dalla fedeltà
all'insegnamento ricevuto, al "deposito della fede". Come scrisse Paolo
a Timoteo: "Le cose che hai udito da me per mezzo di tanti testimoni
dovrai trasmetterle a persone fidate che siano a loro volta in grado di
insegnare ad altri" (2 Tm 2,2).
Oggi
è possibile ed utile esaminare la situazione della Chiesa dal punto di vista
sociologico; ma è persino più importante usare i criteri spirituali e morali
fornitici dalla Scrittura, per capire l'attuale situazione.
In
quella prospettiva le cose hanno un aspetto diverso.
Molti
missionari si sono confusi ed hanno smesso di evangelizzare. Molte persone
non hanno potuto ascoltare il vangelo perché la teoria di un
"cristianesimo anonimo" ha convinto i missionari e i cattolici comuni
che i non credenti probabilmente, a loro insaputa, sono già cristiani.
E così molti hanno smesso di obbedire
all'esplicito comando di Cristo di predicare il vangelo ad ogni creatura.
Migliaia
di persone sono state indotte a commettere peccati gravi a causa di una
errata esegesi della Scrittura diffusa nella stampa cattolica,
fornita da editori cattolici e gestita da ordini religiosi cattolici. Sono
stati distrutti matrimoni, concepiti bambini al di fuori del vincolo
matrimoniale, eseguiti aborti: la gente è arrivata ad esser schiava di
disordini omosessuali e sono stati abbandonati i voti religiosi e sacerdotali
perché i teologi della morale si sono presi la "libertà", non
solo di mettere in dubbio gli insegnamenti della Chiesa e della Scrittura, ma
addirittura di rifiutarli pubblicamente. Dei bambini non sono venuti al
mondo perché il consiglio ricevuto in confessionale ha incoraggiato l'egoismo
anziché la generosità. Educatori religiosi che hanno scoperto
idee di teologi della morale che forniscono una razionalizzazione per
raggiungere i propri desideri egoistici, hanno creduto ed insegnato la
falsità. Molte migliaia di cristiani generosi
sono stati dissuasi dal dedicarsi generosamente ad una vita di santità e di
obbedienza, perché la Parola di Dio è stata velata di ambiguità e
d'incertezza.
Nella
teologia, come nello studio della Scrittura, la neutralità spirituale è
impossibile. Non esiste una cosa del tipo "limitarsi a fare
teologia", oppure "essere semplicemente un esegeta". Ogni parola
pronunziata da uno qualunque di noi, teologi ed esegeti inclusi, ha una
dimensione morale e spirituale e verrà giudicata da Dio di conseguenza. Dovremo
rispondere di ogni parola uscita dalla nostra bocca, o dalla nostra penna. La
Scrittura dice:
Ma io vi assicuro che nel giorno del giudizio gli
uomini saranno ritenuti responsabili di ogni parola imprudente che avranno
pronunziato. In base alle tue parole sarai assolto e in base alle tue
parole sarai condannato (Mt 12, 36-37).
Quelli
tra noi che oggi hanno la responsabilità dell'insegnamento cristiano hanno
bisogno di ascoltare col cuore le parole di Gesù: "Maledizione a
voi, dottori della legge! Avete portato via la chiave della conoscenza. Voi non
siete riusciti ad entrare, e a quelli che volevano entrare voi l'avete
impedito!" (Lc 11.52).
Quanto
è necessario prestare un attento ascolto anche alle parole di Giovanni Paolo
II:
Nelle catechesi si insegna Cristo, il Verbo Incarnato e Figlio di Dio. Ogni altra cosa va insegnata facendo riferimento a Lui - ed è solo Cristo che insegna: tutti gli altri lo fanno nella misura in cui sono portavoce di Cristo, permettendo a Lui di insegnare con le loro labbra. Qualunque sia il suo livello di responsabilità nella Chiesa, ogni catechista deve sforzarsi di trasmettere fedelmente, con l'insegnamento ed il comportamento, l'insegnamento e la vita di Gesù. Non cercherà di far indirizzare verso se stesso e le proprie opinioni ed atteggiamenti personali l'attenzione e il consenso della mente e del cuore della persona che sta catechizzando. Soprattutto, non cercherà di inculcare le proprie opinioni e scelte personali come se queste esprimessero l'insegnamento di Cristo e le lezioni della Sua vita. Ogni catechista dovrebbe poter applicare a se stesso le misteriose parole di Gesù: "Il Mio insegnamento non viene da me, ma da colui che mi ha mandato." [17]
La caduta nel peccato e la redenzione
della mente dell'uomo
Nell'esaminare
la condizione della Chiesa, dobbiamo renderci conto che la mente
dell'uomo è completamente "caduta" proprio come il corpo. La
mente umana ha avuto una gran parte nel provocare la Caduta, e la
nostra mente risente moltissimo dei risultati. La mente ed il corpo
dell'uomo, allo stato naturale, sono feriti, caduti, inclini alla ribellione e
alla perversità. La mente non è soltanto un elemento neutrale che
risiede in un corpo caduto; le concupiscenze della mente non sono meno
reali di quelle del corpo.
Di
conseguenza, la mente ha bisogno di redenzione proprio come il corpo. Ha
bisogno di essere rinnovata, convertita e trasformata con la potenza dello
Spirito e con la Parola di Verità, per poter poi riflettere la mente di Cristo.
Come ha detto Paolo:
Non conformatevi alla mentalità di quest'epoca,
ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, per
poter discernere qual è la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e
perfetto" (Rm 12,2).
Lo
stato naturale della mente umana è quello della vulnerabilità, di
essere conforme al modo di pensare del mondo e da esso dominata, un modo di
pensare influenzato da Satana e dalle concupiscenze dell'uomo caduto. I
cristiani devono passare dal modo di pensare del mondo e a quello dell'era che
verrà. Devono imparare a pensare come lo stesso Cristo, e desiderare
ardentemente di "far prigioniero ogni pensiero, per renderlo obbediente a
Cristo" (2 Cor 10,5b).
Solo
nella misura in cui questo avviene, le nostre parole saranno parole di verità,
parole di vita.
Passiamo
ora a considerare fino a che punto l'attacco all'autorità della Parola di Dio
nella Scrittura e nella tradizione estende l'esito logico della propria
opera fino ad un attacco diretto alla persona dello Stesso Gesù e
alle affermazioni uniche che Egli fa della propria Persona e del proprio ruolo
nel piano di Dio per la salvezza della razza umana.
[1] W.J.
Burghardt, S.J., "This World Desperately Needs Theologians," The Catholic Mind, (Marzo 1981), p.36.
[2] [2]S. Agostino, Risposta a Faustus, 115; Sulla Dottrina Cristiana, II, VII, 9(38).
[3] S. Giustino Martire, Dialogo con Trifo par. 65.
[4] Card. John Newman, Parochial and Plain Sermons, Vol. I, serm. XIV.
[5] LOR (16 Febbraio, 1981), p. 4, omelia ai sacerdoti del St. Paul College, 24 Febbraio, 1981.
[6] LOR (4 Febbraio, 1980), p.12, omelia durante la messa al Capranica College, 21 Gennaio, 1980.
[7] LOR (5 Febbraio, 1979), p.10, omelia al clero e ai religiosi di Santo Domingo, 26 Gennaio, 1979.
[8] LOR (19 Novembre, 1979) p.12, discorso alle Università Pontificie e ai Collegi Ecclesiastici Romani, 15 Ottobre, 1979.
[9] LOR (4 Febbraio, 1980), p.12, omelia durante la messa al Capranica College, 21 Gennaio, 1980.
[10] Ibid., p. 11, Università e Collegi Ecclesiastici Romani, 15 Ottobre, 1979.
[11] Ibid., p. 12.
[12]
Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, XXV,
2, I Documenti del Vaticano II, ed. Walter M.
Abbott, S.J., (New York:
America Press, 1966), p. 47 seg.
[13] Costituzione Dogmatica sulla Rivelazione Divina. X, 2, Documenti del Vaticano II, p. 117 seg.
[14] Dichiarazione del Card. Hoffner (18 Dicembre, 1979) su Padre Hans Kung, Origins (3 Gennaio, 1980), p. 465.
[15] LOR (19 Novembre, 1979), p.12, Discorso alle Università Pontificie e ai Collegi Ecclesiastici Romani, 15 Ottobre, 1979.
[16]
Cardinal William Baum, "The
Distinctiveness of Christian Morality," discorso di apertura al Simposio
sui Principi
della Vita Morale Cattolica (17 Giugno, 1979), p. 1.
[17]
Catechesi Tradendae, I, 6, LOR (12
Novembre, 1979), p.2.